CONCORSO LEARN BY WRITING: DEUX JOURS, UNE NUIT

Il realismo struggente di “Deux jours, une nuit” è lontano da qualsiasi traccia di retorica, privo di colonna sonora, tutto incentrato sul rigore registico con cui i fratelli Dardenne fissano insistentemente il corpo, il volto scavato, la fatica di reagire di Sandra, il personaggio di Marion Cotillard, candidata all’Oscar come miglior attrice per questo ruolo. Sapevamo che i ritmi del film potevano tediare qualcuno, ma la forza della storia raccontata dai Dardenne meritava maggiore visibilità e un pubblico partecipe, consapevole che il dramma di Sandra è anche il nostro, del nostro tempo.
Per cui vi chiediamo di lasciare, a commento di questo post o sulla pagina facebook, un breve commento sul film visto ieri in una sala inaspettatamente gremita (non è mai stato facile riempire una sala con un film di lingua non inglese). Non importa che sia positivo o negativo, importa che commentiate adeguatamente il film, con particolare riferimento al dubbio etico lasciato alla fine: voi cosa avreste fatto al posto di Sandra?

locandinapg1

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5 risposte a "CONCORSO LEARN BY WRITING: DEUX JOURS, UNE NUIT"

  1. Un film che non racconta, mostra: miserie, redenzioni, lotte ed eroismi quitidiani, lungo un percorso che, passo dopo passo, fatica dopo fatica, fa coincidere ‘bildung’ e rinascita. ‘Deux jours, une nuit’ fotografa una realtà dura e cruda nobilitandola, attraverso una trionfale sconfitta, in epica dei giorni nostri. Spietatamente borderline tra ragione ed emozione, individuale e sociale, colpisce nel profondo lo spettatore lasciandolo, privo di qualsiasi catartica certezza, in balia di implacabili domande.

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  2. Un film che non racconta, mostra: miserie, redenzioni, lotte ed eroismi quotidiani, lungo un percorso che, passo dopo passo, fatica dopo fatica, fa coincidere ‘bildung’ e rinascita. ‘Deux jours, une nuit’ fotografa una realtà dura e cruda nobilitandola, attraverso una trionfale sconfitta, in epica dei giorni nostri. Spietatamente borderline tra ragione ed emozione, individuale e sociale, colpisce nel profondo lo spettatore lasciandolo, privo di qualsiasi catartica certezza, in balia di implacabili domande.

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  3. Be’, dopo averlo visto, “deux jours, une nuit”, si capisce perché la protagonista sia stata candidata all’oscar. Quelle inquadrature lunghissime e senza tagli sulla sua sofferenza devono essere state decisamente estenuanti, così come lo sono state per lo spettatore, costretto di fronte al lacerante dilemma etico che porterebbe in molti, credo, a perdere il lume della ragione (e molti, nel film, l’hanno fatto). Ma è proprio la scelta che si propone nella pellicola che non capisco. Ici viene proposto di scegliere tra una somma di denaro cospicua e la dignità di una vita umana. Praticamente viene assegnato un prezzo alla persona: 1000€ al mese. Cioè: ormai il sistema capitalista (no, non mi sto improvvisando un neo-Marx anti-industrialista) ci è talmente penetrato dentro che siamo in grado di assegnare un valore economico perfino alle persone. La votazione finale si può leggere come un tentativo dei fratelli Dardenne di salvare l’umanità residua che c’è in noi, di dire: no, non è vero che una vita umana può avere un prezzo. Ma sono gli stessi autori a dubitarne, a non riuscire a cavarsi fuori dal gioco e a non riuscire a dare una risposta ferma. Otto voti a favore della persona, otto voti a favore dei soldi.
    Devo però confessare che, per quanto mi sforzi di districare i vari fili che ingrovigliano la situazione e cercare di capire come si è potuti arrivare a tanto, non riesco proprio a concepire tale scelta. Da qualsiasi angolatura guardi la storia, non riesco a trovarne la logica interna. E forse è proprio questo l’elemento di sconcertante realismo. Voglio dire: Sandra fa parte di un team di 17 persone, lei inclusa. Il caporeparto decide che vuole licenziarla. Scelta comprensibile, se è vero che durante la sua assenza si è potuto notare che una squadra di sole 16 persone riesce efficientemente a coprire il lavoro. Perché mantenere dei costi inutili? Per convincere i compagni di squadra di Sandra allora si offre loro un aumento di stipendio. Di 1000€. Per 16 persone. Cioè l’azienda è disposta a spendere 16.000€ in più ogni mese pur di buttare fuori Sandra. Se l’azienda riesce a coprire questi costi è perché sta semplicemente redistribuendo dei soldi che stava già spendendo. È lecito pensare che il caporeparto abbia pensato di dividere tra gli altri lo stipendio di Sandra? In tal caso, significa che lo stipendio di Sandra ammonta a ben 16.000€ mensili, e così penso quello di tutti gli altri. Ora io non credo che 1000€ in più su una busta paga già così corposa sia realmente utile alla sopravvivenza. In questo caso il dilemma etico non si dovrebbe nemmeno porre. Dal momento che credo sia altamente improbabile tale situazione, immagino che quello dei singoli operai sia uno stipendio da operaio. 1500, 2000€? Certo, in tal caso il bonus porterebbe quasi a un raddoppio dello stipendio. È una cifra considerevole. Ma ora cerco di analizzare di nuovo freddamente e cinicamente la decisione dal punto di vista dei colleghi di Sandra. Finora, tu operaio, hai lavorato senza questi mille euro e sei sopravvissuto, anche facendo un doppio lavoro se necessario. Devo davvero credere, che dopo chissà quanti anni in cui sei riuscito a sbarcare il lunario, di colpo le tue spese sono aumentate talmente tanto da giustificare una collega che perde il lavoro? Non la vedo molto credibile come cosa. Ma analizziamo questa scelta dal punto di vista di chi la pone, dell’azienda. Tu azienda cerchi di essere competitiva e di ridurre il più possibile i costi a fronte di un aumento dell’efficienza, così da poter restare competitiva. Sei davvero disposta a spendere 16.000€ al mese in più per risparmiare sullo stipendio di un/a solo/a operaio/a? Be’… non lo vedo un gran guadagno! Come dicevo prima, tutta la situazione è talmente illogica e surreale da risultarmi incomprensibile. E se penso che una situazione del genere è verisimile, allora mi vengono i brividi.

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  4. Mi sono un po’ perso nella tua analisi, prova dunque che certe logiche aziendali non le comprendo a priori. In ogni caso, penso che il bonus fosse una tantum, non mensile. Inoltre, non spettava a tutti e sedici i dipendenti.
    Probabilmente quello che volevano redistribuire era un tot di profitti extra dovuti alle vendite, un “tesoretto” aziendale insomma, non lo stipendio di Sandra.

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  5. Be’ certo, come soluzione mi pare molto più praticabile, quella del bonus una tantum. Come al solito mi sono perso in un bicchier d’acqua XD. (Si capisce che non studio economia aziendale, vero?)

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