WRITING CONTEST: VIVIR ES FACIL CON LOS OJOS CERRADOS

Anche quest’anno lo spazio della rassegna dedicato al cinema in lingua spagnola ci ha riservato una bella sorpresa: Vivir es fácil con los ojos cerrados  è un film passato quasi inosservato in Italia, distribuito con estremo ritardo e spesso solo in versione doppiata. Tuttavia in Spagna è stato un successo straordinario, tanto da aggiudicarsi sei Premi Goya nel 2014, tra cui miglior film, miglior regista e miglior attore protagonista. Premi meritatissimi, secondo noi, per un film solare, nostalgico e sensibile, all’interno di uno spaccato della Spagna degli anni ’60 pervasa da una sottile forma di violenza di stampo franchista. In questo contesto, l’urlo del professore di inglese Antonio San Romàn sulle note di HELP dei Beatles è un inno alla libertà, alla voglia di ribellarsi e vivere inseguendo i propri ideali, il proprio mito, come quello di John Lennon.
A voi il film è piaciuto? Diteci la vostra opinione e partecipate al nostro contest, qui o sulla pagina facebook della rassegna.
Vi ricordiamo che la prossima settimana i film saranno due, L’attesa (ore 18) e Mon roi (ore 21). Inoltre avremo un ospite d’eccezione: il regista Piero Messina interverrà prima della proiezione de L’Attesa per introdurre il film e dialogare con il pubblico. Siete invitati a partecipare. Al prossimo lunedì.

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Una risposta a "WRITING CONTEST: VIVIR ES FACIL CON LOS OJOS CERRADOS"

  1. “Viver es facil con lo ojos serrados”: un viaggio in macchina contro una “società di schiaffi”

    Direttamente dalla Spagna arriva sui nostri schermi il film “Viver es facil con lo ojos serrados” (La vita è facile ad occhi chiusi) di David Trueba , che in patria ha vinto ben 6 premi Goya (i David di Donatello spagnoli).
    E’ la storia di un simpatico ed eccentrico professore (Javier Camara), cultore dei Beatles e della loro musica, al punto da utilizzare le loro canzoni per insegnare l’inglese ai suoi studenti. Venuto a conoscenza della presenza di John Lennon su un set cinematografico ad Almeria, decide di non farsi scappare l’occasione per incontrare di persona il suo mito e chiedergli di trascrivere i testi delle sue canzoni, così da avere materiale sicuro per lo studio dei suoi alunni. E’ così che intraprende un lungo viaggio in macchina, “raccogliendo” sulla strada altri due passeggeri che fanno l’autostop, due ragazzi: Belèn (Natalia de Molina) e Juanjo (Frances Colomer), ognuno con una propria motivazione per allontanarsi da casa.
    Dopo una breve e “sprizzante” introduzione sui personaggi, la pellicola assume i contorni classici del “road movie”, un filone cinematografico tipicamente introspettivo che sfrutta il viaggio come pretesto per approfondire la psicologia dei personaggi, le loro relazioni e gli incontri, usuali e non che essi compiono sulla loro strada (appartengono a questo genere ad esempio il recente “Nebraska” e lo storico “Easy Ryder”).
    La via scelta David Trueba è quella della commedia. L’acuta ironia dei dialoghi, la loro originalità e la delicatezza del la regia (la macchina da presa sembra quasi assente) catturano lo spettatore, facendolo affezionare fin da subito ai personaggi, merito anche della convincente prova degli attori.
    Su tutti spiccano senz’altro Javier Camara (il professore), che è un po’ la figura paterna del gruppo, il quale con la sua travolgente loquacità “spagnola” scandisce le tappe del viaggio e l’evoluzione nel rapporto tra i personaggi e Natalia De Molina, che con il suo sguardo magnetico e la sua eleganza buca lo schermo, meritando il premio Goya come migliore attrice rivelazione.
    Lo spettatore si diverte, ma è invitato anche a riflettere sull’incontro di queste solitudini che si dipanano nel contesto del regime franchista. Una “società di schiaffi”, appena delineata sullo sfondo dal resista, che viene oltrepassata in macchina dai protagonisti, i quali, nel loro piccolo sono un po’ dei ribelli che si oppongono alle istituzioni. Il professore alla scuola, la ragazza al rigido buoncostume sociale, il ragazzo al genitore autoritario. I tre emarginati trovano sostegno l’uno nell’altro sulle note di “Help” dei Beatles e di “Strawberry Fields” (dal cui testo è tratto il titolo del film), impreziosite dalle esuberanti teorie del professore.
    La leggerezza della narrazione e la sceneggiatura aggraziata sono senz’altro i pregi maggiori della pellicola. Nell’ultima parte, forse, è leggermente appesantita da una costruzione più canonica rispetto all’inizio, più incisivo e coinvolgente. Nonostante questo, si tratta di una commedia ben riuscita e non banale, che a buon merito ha vinto diversi premi: un’opera positiva che lascia soddisfatto lo spettatore per la sua equilibrata costruzione e per la storia che è riuscita abilmente a raccontare.

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